Adolescenti e amore: com'era negli anni '90?
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Adolescenti: ieri e oggi
Domenica 30 Marzo 2014
Stefania D'Elia

Chi non si è mai immedesimato almeno una volta nella canzone di Laura Pausini? Quella che diceva “e lo aspetti ad un telefono, litigando che sia libero, con il cuore nello stomaco... un gomitolo in un angolo

Ecco nel mio caso decisamente più di una volta, solo che in questo caso il gomitolo se ne stava in mezzo al corridoio (era li che tenevamo il telefono).

I sintomi sono facilmente riconoscibili: si passeggia davanti al telefono, maledicendolo più o meno silenziosalmente perché non suona. Guai a uscire di casa! E se avesse chiamato proprio nel momento in cui noi siamo scese a buttare le immondizie? Le emozioni si accavallano man mano che passa il tempo: impaziente attesa prima, leggera paranoia poi, per concludere con una cupa tristezza condita da un pizzico di apprensione; sarà sucesso qualcosa? Si sarà dimenticato di me? Magari anche lio è davanti al telefono oppresso dagli stessi cupi pensieri...

Poi l’illuminazione solca il nostro cervello e lo rischiara come un fulmine nel cuore della notte: il telefono non funziona! E allora si alza la cornetta per sentire in risposta il solito fastidiosissimo TU TU TU.

E ora? E se avesse chiamato esattamente nel momento in cui abbiamo alzato il telefono per controllare? 5 minuti per maledire la nostra impazienza per tornare poi alla più cupa autocommiserazione, d’altra parte se avesse trovato occupato avrebbe fatto la cosa più ovvia: richiamare.

Intanto mamma e papà ci lanciano degli sguardi interrogativi: ancora attaccata a quel telefono stai? Guarda che non è solo tuo! Sembrano dire. L’importante è abbassare lo sguardo e far finta di nulla, d’altra parte siamo nel pieno della pubertà è nostro diritto essere arrabbiati con il mondo!

Poi il telefono finalmente suona, alzi la cornetta carica di aspettativa, ma una voce risponde “ciao, sono la zia Caterina, mi passi la mamma?” Siamo quasi tentati di dire che la mamma non c’è ma chi ci crederebbe? E’ sempre a casa a quest’ora! Mentre mamma e zia parlano per una mezza eternità noi ci esibiamo in quello che consideriamo il nostro miglior sguardo assassino, ma nessuno coglie.

Finalmente la chiamata viene interrotta, e noi possiamo riprendere la nostra posizione avvilita nel corridoio, ormai lo sappiamo con certezza: ha chiamato, ha trovato occupato e si è dimenticato di noi. C’è solo una cosa da fare per correre ai ripari: chiamare noi!

Componiamo il numero con mano tremante e occhi leggermente umidi, qualche squillo, troppi squilli, poi finalmente la sua voce impastata che risponde:

Pronto?

Ciao, sono io... come va? Cosa stai facendo di bello?

Stavo dormendo, sono le 9.00 di domenica mattina... Ma cosa facciamo questo pomeriggio?

Un estratto di una giornata di un’adolescente degli anni ’90.




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