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Scoprire l'usato a Porta Portese!
Giovedì 21 Marzo 2013

porta porteseHo ancora un ricordo nitido della prima volta in cui mia madre mi portò a visitare Porta Portese, il mercato delle pulci più famoso di Roma, per i pochi che non lo sapessero. La sua particolarità è che lo puoi visitare solo la domenica mattina e ciò attribuisce un fascino particolare, oserei dire una sacralità tutta sua, al gironzolare fra le bancarelle.

Allora ero ancora una bimba, avrò avuto sì e no sei anni. La mia mamma mi tirò giù dal letto presto, a Porta Portese i migliori affari si fanno di buon’ora oppure dopo le 13:30, quando il mercato sta per chiudere. E’ così vasto che un’unica mattinata non è sufficiente a visitarlo tutto; facemmo del nostro meglio, considerando che ero alta poco più di un metro. Quello che mi colpì maggiormente fu la miscellanea di varia umanità colorata, caratteristica, rumorosa. A molti tutto quel vociare a tratti sguaiato può infastidire, a me affascinò da matti.

Dopo un’oretta trascorsa a spulciare fra maglie multicolori, argenti rococò, binocoli, mimetiche d’assalto e anfibi, vecchie biciclette, grammofoni e radio antidiluviane, cestini di fiori secchi, scarpe di ogni foggia e colore, di fronte a un banchetto rimasi a bocca aperta neanche fossimo capitate all’ingresso di un parco giochi. Lo gestiva un’anziana signora avvolta in un boa di struzzo rosa cipria. Vendeva vestiti vintage, che negli anni settanta si chiamava ancora antiquariato.

Fissavo meravigliose fotografie in bianco e nero di eteree donne della belle epoque. Elegantissime, irreali, stilosissime signore, vissute in un tempo che a me sembrava preistoria, si affacciavano dalle cornici piazzate alle spalle della venditrice. Davanti, un paradiso di vestiti da sera, abiti stile charleston, sottovesti di seta, cappellini di piume, velette, collane di perle, braccialetti e orecchini (10 a 1 falsi come una banconota da due euro, ma io non potevo saperlo) e persino bocchini da sigaretta.

Dopo tanti jeans strappati e oggetti di dubbio gusto io, bimbetta che non frequentava neppure la prima elementare, capii già che “usato” non è necessariamente sinonimo di “sporco” o “inservibile”. Respirai in qualche modo le serate a teatro, le feste eleganti e anche le passeggiate in un giorno colmo di sole che i vestiti più corti e sbarazzini dovevano aver goduto assieme a quelle belle donne. Capii che gli oggetti possono avere una seconda possibilità d’uso, che un’unica vita a loro non è sufficiente, che basta un po’ di cura e rispetto per vivere esistenze infinite. Mi incantai davanti a quel banco che vendeva vestiti, allora ero in piena sindrome “Barbie Principessa Del Ballo”, una fase che a dirla tutta mi è passata abbastanza presto, quando ho capito che rotolarsi nel fango era più divertente che giocare a prendere il the delle cinque. La folgorazione partì dall’incontro con la signora in boa di struzzo e poi, in età decisamente più adulta, ho compreso come i mercatini delle pulci possano offrire occasioni di riuso imperdibili.

porta portese

Ovviamente non sono l’unica a pensarla in questo modo. Ciò spiega il proliferare dei moderni negozi dell’usato, naturale evoluzione di una realtà affascinante ma non priva di qualche difettuccio strutturale, come la qualità dei prodotti. Ce lo racconta anche Claudio Baglioni in un verso del brano “Porta Portese”, uno dei singoli più venduti nel 1972.

“Tutti rotti quei calzoni

si vabbe’che è roba usata

ma chissà chi l'ha portata

quanto vuoi?”

Nei negozi dell’usato è tutto molto differente. Come? Magari ve lo racconto la prossima volta.


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