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Venezia: la magia del carnevale
Giovedì 27 Febbraio 2014
Silvia Signoretti

Il Carnevale di Venezia è uno degli eventi più famosi al mondo. Negli anni in cui ho studiato in Laguna, ho avuto modo di parteciparvi, prima da spettatrice, poi anche da maschera, inconsapevole degli effetti che avrei sortito sulla folla che si ammassa fra le calli, da un paio di settimane prima del giovedì grasso e fino alla fine degli eventi correlati al Carnevale.

Ho visto abiti costati migliaia di euro, lavorati con l’oro, imbellettati di ogni possibile perla, resi luminosi da fili infiniti di brillanti e da Swarovski di ogni colore.

Ho visto persone atteggiate a personaggi, protette per tutto il giorno della magia di una maschera, rese principi o principesse nei gesti, negli atteggiamenti, nei lenti movimenti che da un sestiere all’altro andavano a rappresentare.

Ho visto palazzi luminosi, finestre drappeggiate, candele accese ed eventi di ogni genere, dall’alba al tramonto, e oltre, fino al calar dell’ultima stella.

E ho sentito racconti, dal passato o dal presente, di donne ricamatrici, uomini trasformisti, veneziani e non che per il Carnevale spendono mesi a preparare una performance sulla loro persona, giocando con quel che vorrebbero essere, con quel che sognano di diventare, con l’idolo di cui vogliono narrare le sorti.

Dal mattino a notte fonda Venezia, in questi venti giorni o poco più, diventa davvero magica, di quella magia che solo una città che si trasforma in teatro, allestita senza necessità alcuna di nebbia e favola, di acqua e mattoni, di gondole e traghetti, sa trasmettere.

Ho parlato con artigiani che dalla carta e dall’acqua sanno estrarre volti silenti, dalle espressioni appena accennate, che parlano con la forza dei colori, dei tocchi di pennello, della sovrapposizione di elementi, dai più preziosi ai più comuni, per rendere unica la storia che quel personaggio, di quell’abito, di quella maschera.

Mi sono emozionata quando ho scoperto che ci sono donne che, da un anno all’altro, con pazienza e maestria rare, preparano il loro vestito, investendo moltissimi risparmi, per presenziare a una delle serate danzanti di un palazzo affacciato sulla laguna.

Ho percorso il Canal Grande, guardando fuori dal battello, immaginandomi incontri furtivi, amori di una notte, storie che solo in quei venti giorni si possono ripetere. Ho osservato la particolarità di ogni gesto, di ogni filamento intessuto, della misticità di un evento che, a mio avviso, non ha pari nel mondo.

A Venezia il carnevale è silenzioso, nonostante la folla. Le bocche delle maschere sono talvolta appena socchiuse, in un moto di stupore, ma mai urlanti, mai allarmate, mai eccessive nei sentimenti da mostrare al pubblico passante, in cerca di uno scatto. Il carnevale, ovunque, nel mondo, strilla un bisogno di diversità, di allegria e di rivalsa sulla situazione quotidiana che a Venezia parla senza proferir verbo e si attua pacificamente, tra l’eleganza dei salotti e la luce soffusa delle calli avvolte nella foschia leggera che si leva dai canali.

Questo mondo alla rovescia rende ricco il povero e povero il ricco, in un gioco dei ruoli che rovescia le parti generalmente comuni dei ceti e delle estrazioni sociali. Il Carnevale consente di essere chi non si è e trasformarsi, per venti giorni, una settimana, o anche solo una sera, in chi si vorrebbe essere. La magia del carnevale è proprio questa: ricoprire un ruolo, giocare con la propria personalità, immedesimarsi nel proprio eroe o nella propria eroina, riflettendo ciò che di lui o di lei si vuole trasmettere, costruendo su se stessi un attore unico, che nessuna commedia dell’arte ha mai messo in scena.

Ho visto Venezia con altri occhi, durante il carnevale, approfittando dei percorsi meno battuti e dei campi più appartati, fino a giungere a San Marco, passando per Rialto, dove ognuno di questi silenziosi attori trova la sua scenografia più appropriata. Ho scattato foto rubate, di maschere che giocano con i monumenti e appassionati che, per una manciata di giorni, si riappropriano della loro città, dai monumenti alle chiese, dai ponti ai palazzi. E ho sognato di vestire uno di quegli abiti, di entrare in una di quelle sale illuminate da migliaia di candele, su candelabri luccicanti creati dai maestri di Murano.

Ho sognato di incontrare una maschera misteriosa, mai vista in precedenza e, in un gioco di sguardi, fare un cenno con la testa, un lieve inchino, accettando un invito a librarsi sulle note di qualche valzer, piroettando in una sala coperta di specchi per tutta la notte.

Ho sognato di essere un’altra me, in quei drappeggi, dalla sera alla mattina, per un pugno di ore da imprimere nella memoria, da radicare nelle luci tremolanti, da scrivere sui canali… fino al prossimo carnevale.

Foto di Carnevale di Venezia




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